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| 8 Agosto 2004 |
Lago Natron - Oldjongo Lengai
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Giornata di riposo. Al mattino ammiriamo stormi di fenicotteri sul lago Natron e portiamo un borsone di farmaci al dispensario locale. Le malattie che affliggono la popolazione di questa zona sono le solite che uccidono milioni di persone nel mondo e che con pochi soldi di investimento sarebbero presto debellate. Eppure nessuno stato ricco si impegna nella ricerca per malattie che esistono solo nei paesi poveri ed ecco quindi che malaria e dissenteria mietono vittime a migliaia ogni giorno. Fa rabbia sentirsi così impotenti. Fa rabbia sapere che le industrie farmaceutiche spendono enormi somme in regalie ai medici. Fa rabbia vedere aerei ultramoderni e ultracostosi, sganciare bombe da milioni di dollari per qualche barile di petrolio. Nel pomeriggio facciamo una bella dormita, ma il tempo sembra non passare e quindi ci decidiamo a recarci alle cascate. Risalendo il fiume che scorre dietro al campo si raggiunge, con una ventina di minuti di cammino, un luogo incantevole. Ci si trova all'interno di una gola scavata dall'acqua nella roccia. In questo punto l'acqua del fiume fa un salto di circa tre metri rovesciandosi in una sorta di vasca, mentre dall'alto un secondo torrente confluisce con una cascata di una decina di metri nel letto del primo corso d'acqua. L'acqua cade dall'alto dividendosi in mille scrosci tra le foglie dei banani e delle palme. Una prima sensazione di freddo mi passa repentinamente dopo l'immersione; poi vengo rapito dall'ambiente e da un'euforia incontrollabile che mi fa tornare bambino. Ci spruzziamo di acqua, nuotiamo controcorrente e ci facciamo fare l'idromassaggio dalla corrente impetuosa. Stanchi e felici torniamo al campo per cena.
Verso mezzanotte ci alziamo dopo qualche ora di un sonno inquieto. Io Zenash e Claudio ci facciamo accompagnare con una guida masai ai piedi del vulcano. A mezzanotte e mezza iniziamo la salita. Dopo un primo tratto facile, il sentiero inizia a salire dritto verso la cima e comprendiamo subito che sarà molto dura. Abbiamo con noi tre litri di acqua a testa, le torce elettriche e una felpa. Il sentiero è a tratti polveroso e a tratti a gradoni scavati dalla pioggia nella roccia. Si fatica moltissimo e la cenere del vulcano secca la pella sudata. A circa un terzo del percorso Claudio inizia a cedere. Ha qualche conato di vomito e ha rallentato notevolmente il passo. Dopo circa un'ora ancora di cammino si butta a terra per una pausa e ci esorta a continuare da soli. E' molto tardi, sono circa le quattro, quando riprendiamo il cammino. Verso le cinque anche Zenash è esausta e alla vetta manca ancora un'ora e mezza di cammino ma sembra ancora lontanissima. Zenash vuole tornare indietro e io non sono in grado di convincerla (e convincermi) a continuare. Io stesso ho dei timori per la discesa: ho il ginocchio destro dolorante e so bene che i tratti di arrampicata in salita saranno dei salti in discesa. Decidiamo di rinunciare. Non voglio dare il massimo perché non conosco questa montagna e voglio che anche Zenash abbia energie in caso di qualche imprevisto. La guida si butta a trra e si addormenta di botto (scenderemo con la luce dell'alba). Noi ci accucciamo sul sentiero. Mi tolgo la maglietta fradicia e tengo la sola felpa di cotone. Si muore dal freddo! Ci abbracciamo e cerchiamo di sistemarci in modo da non disperdere il calore, ma in breve comincio a tremare. Zenash si addormenta (le sue mani aggrappate al mio zaino mollano lentamente la presa). Sopra di me il cielo è immenso e freddo nella sua insondabile oscurità. Passa un satellite. Io tremo sempre più forte, non riesco a controllarmi. Finalmente si inizia ad intravvedere una pallida luce sulle nuvole in lontananza. Decidiamo di scendere. La discesa si rivela molto più semplice del previsto in quanto la polvere attutisce ogni passo. Una nuvola di cenere ci avvolge e ci ricopre. A metà tragitto recuperiamo Claudio e alle otto siamo ai piedi del "mostro". Stravolti ci stendiamo nella savana. Abbiamo i capelli e le facce grigie di polvere e di sconforto, ma non siamo così stanchi come avremmo creduto. Non siamo arrivati in vetta, ci mancava poco ormai. Vedevamo distintamente le colate bianche di soda nel buio della notte riflettere la luce della luna. Eppure non siamo delusi, siamo contenti di averci almeno provato e siamo intimamente convinti di aver fatto qualcosa di speciale.
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